La storia di progetto Carcere 663

Quando nell’ormai lontano Settembre 1985 organizzammo la prima premiazione di un torneo di calcio svoltosi in carcere in nome e per conto del CSI di Verona, mai avremmo potuto supporre di scrivere le considerazioni che seguono.
Il concetto prevalente dello sport in carcere prevede infatti ancora oggi un intervento simile a quello descritto: si offre un supporto tecnico organizzativo ai detenuti che disputano campionati, tornei o quant’altro ed alla fine si cerca di creare “un po’ di clima” per una bella cerimonia di premiazione.
In alternativa, o di concerto, si possono introdurre istruttori o maestri per insegnare l’arte che è in ogni modo sempre ristretta nel vizioso circolo penitenziario.
Fummo spinti, lo diciamo in ogni occasione per non dimenticarlo mai, ad un lavoro sostanzialmente e radicalmente diverso dall’allora cappellano della Casa Circondariale di Verona Giuseppe Malizia. Lo vogliamo sempre ripetere perché è a lui che dobbiamo la nostra scoperta di questo “mondo sconosciuto” che ha segnato per più di un decennio la nostra esistenza.
Da lui abbiamo infatti imparato che fra i peggiori nemici della persona detenuta ci sono l’ozio e la noia. Ed è stato proprio partendo da questa considerazione che il nostro modo di proporre lo sport in carcere non è stato di organizzare incontri tra detenuti (che sarebbero un palliativo al solo ozio), ma di mettere in piedi un’organizzazione che fosse in grado di far incontrare periodicamente i detenuti con la comunità esterna.


Il vedere facce nuove, l’avere una porzione, sebbene minima, della giornata sconvolta dall’incontro con la gente libera è certamente un antidoto non solamente all’ozio ma anche alla noia quotidiana e già nel nostro primo anno di lavoro riuscimmo a creare un buon numero di queste occasioni.
Questo fece sorgere però dei problemi con gli esterni: perché andare a giocare con delle persone detenute? Per curiosità, per filantropismo, per spirito di servizio o per qualcos’altro? Nulla possiamo supporre anche se nei nostri ricordi possiamo dire di aver trovato oltre a quelle citate anche ben altre motivazioni.
Ma il problema era un altro: diventava assolutamente necessario far crescere la conoscenza del carcere e delle relative problematiche di modo che, come recita il nostro statuto, lo sport potesse diventare mezzo e strumento per una crescita globale delle persone.
Fu a questo punto, probabilmente per deformazione professionale, che pensammo di estendere quest’opera di conoscenza e di presa di coscienza agli studenti della scuola secondaria superiore.


Il ragionamento era semplice: i giovani a scuola acquisiscono le conoscenze che permettono loro di diventare i cittadini del futuro; fra queste, manca certamente la coscienza di quel circuito che Nicolò Amato - allora Direttore Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena - definì, in una sua celebre pubblicazione, “Diritto, delitto, pena”. Quale occasione migliore di questa si poteva loro offrire per avviare questo processo di conoscenza?
In questo modo lo sport (o, meglio, l’occasione sportiva) avrebbe certamente fornito un suo specifico contribuito alla crescita complessiva dell’individuo.
Avviammo i contatti con l’allora Provveditore agli Studi di Verona dott. Marco Janeselli che si dimostrò entusiasta della cosa tanto da emanare il 08.03.88 una circolare che permetteva l’iniziativa alle scuole che lo avessero voluto.
E fu così che partimmo. Il primo anno vi presero parte un paio di scuole nelle quali avevamo presidi amici od insegnanti particolarmente sensibili.
Fu un susseguirsi di alti e bassi, di aperture ed improvvise difficoltà burocratiche soprattutto quando, dopo alcuni anni, l’adesione cominciò a diventare massiccia.
In effetti da un paio di scuole siamo arrivati, e lo diciamo con grande orgoglio, alle cinquantanove scuole superiori di Verona e provincia - pubbliche e private - che hanno aderito all’iniziativa del 2009.
Una massa imponente di studenti ha varcato le porte del carcere e questo dato in sé era una gran soddisfazione ma, con onestà, cominciammo a chiederci: è utile? Esiste una qualche ricaduta positiva di quest’esperienza?
Una qualche risposta, per lo più empirica, ci veniva dai colloqui che avevamo con gli studenti stessi e/o con i loro professori che valutavano in modo estremamente positivo l’esperienza.
Nel 1991 abbiamo raccolto le impressioni di qualche studente mediante dei temi che pubblicammo e che costituiscono una preziosa testimonianza di quanto abbiamo affermato.
La necessità di rendere sempre più incisiva l’iniziativa ci impose di andare per le scuole a fare assemblee con gli studenti stessi. Anche qui da puri incontri informativi, si è finiti a veri dibattiti in assemblea di Istituto, a volte accesi, come sempre possono esserli quelli che vedono i giovani protagonisti.
Il quadro complessivo di Carcere e Scuola ci diventava sempre più chiaro, ma si trattava pur sempre di segnali empirici ed epidermici, non scientifici e pertanto non solo non divulgabili ma dai quali non potevamo avere un feedback utile per una migliore taratura dell’iniziativa.
Per queste ragioni, dopo due anni di infruttuosi tentativi di testare scientificamente il tutto, ci siamo affidati al Dott. Franco Fraccaroli che ha prodotto una ricerca originale pubblicata nel 1995.
Da parte nostra vi abbiamo trovate messe a nudo le perplessità ed i difetti (o manchevolezze) che sapevamo, anche se a volte non avevamo voglia di confessarcelo.
Ma abbiamo soprattutto avuto quella conferma inoppugnabile che aspettavamo da tempo: Carcere e Scuola serve, è utile non solamente ai detenuti che usufruiscono di una sensibile ventata di aria fresca e di positivi esempi (i giovani sono sempre molto considerati dalla persona detenuta) ma soprattutto dagli attori - fruitori dell’iniziativa, ossia gli studenti.
E’ stato come testare che una materia, un’iniziativa scolastica è realmente efficace e positiva.
In una scuola che da più parti, ed ingiustamente, è accusata di versare nella più profonda delle crisi se non addirittura di essere allo sfascio, siamo riusciti a creare, proporre e realizzare un’iniziativa che è veramente positiva.
Fino ad oggi sono state realizzate altre due pubblicazioni contenenti temi degli studenti che parteciparono alle varie edizioni di Carcere & Scuola; una ogni cinque anni ossia ogni ricambio generazionale della scuola stessa.
Un’altra pubblicazione è una ricerca originale sul concetto di devianza fra i giovani condotta dal prof. Giuseppe Mosconi della facoltà di Sociologia dell’Università di Padova  “Legalità, devianza e mondo giovanile”.
Solo coloro che erano in grado di proporsi come giocatori, e qualche raro accompagnatore, poteva permettersi “il lusso” di incontrare una parte della comunità carceraria. Aggiungiamo che la divisione dei sessi è pressoché assoluta e che tutti i minorenni sono in ogni modo esclusi.
E’ per questa ragione che, dopo un paio di anni, decidemmo di portare il carcere “in trasferta”.
Sì, il carcere ed i suoi “utenti”, sfruttando l’articolo 30/ter della legge Gozzini (approvata nel frattempo dal Parlamento) potevano avere la possibilità, per una volta di incontrarsi con la comunità esterna AL DI FUORI  del carcere stesso.
Non possiamo nascondere che le difficoltà da superare siano state tante, non da ultima una nostra paura ad accompagnare AL DI FUORI le persone che, condannate, avrebbero dovuto stare DENTRO.
La lunga serie di permessi-premio inizia il 6 giugno 1987 con quattro detenuti che Educatori, Direzione e Magistrato di Sorveglianza ritennero idonei a compiere quest’esperienza che, sembrava allora, dovesse essere quasi, quasi, fine a sé stessa.
Da allora sono invece passati più di 20 anni. Le uscite si susseguono a ritmo quasi regolare e non più solamente dal carcere di Verona ma anche da Vicenza (e, per un certo periodo, anche dalla Casa penale di Padova).
Le comunità che ci hanno accolti (o che ci vogliono accogliere) non si contano ormai più ed i detenuti che hanno potuto usufruire di questa speciale iniziativa hanno ormai superato le 2000 unità.
Ma che cosa si realizza con questa iniziativa? Perché continuiamo a farla e ve la proponiamo come meritevole di attenzione?
La prima cosa che possiamo dire è che se fatta con continuità realizza scopi plurimi che vanno a vantaggio sia degli ospiti sia degli ospitanti.
Da parte del detenuto la cosa più evidente è che può uscire per un certo numero di ore dal carcere: già questo basterebbe a giustificare sacrifici, rischi ed impegno profusi.
Dobbiamo rilevare inoltre che per più di qualche detenuto quella dell’accompagnamento - individuale o collettivo - è l’unica maniera possibile che gli può venire offerta per uscire da galera per una serie di motivi fra i quali segnaliamo: pericolosità, possibilità di fuga, mancanza di punti di riferimento, mancanza di possibilità economiche etc.
A questo scopo, ci preme mettere in evidenza come, da qualche anno a questa parte, la composizione del gruppo che esce rispecchia le mutate condizioni delle carceri di questi anni. Se all’inizio quelli che uscivano erano quasi tutti “veronesi”, oggi siamo in presenza di una massiccia rappresentanza di extracomunitari che trovano in questo modo la sola possibilità di fruire di un diritto che sarebbe loro negato e, nello stesso tempo, possono presentarsi alla comunità esterna con una valenza positiva, come mai ne avrebbero avuto occasione.
Gran parte dei detenuti utilizza poi questo strumento (assieme ad Educatori e Magistrati) per ottenere, in un momento successivo, quei permessi personali da passare a casa propria: si vuol dire che se non fosse loro data questa possibilità a molti non verrebbero, in più di qualche caso, concessi i benefici di legge.
Da ultimo, ma non per importanza, vi è da registrare la opportunità che il detenuto ha di potersi incontrare liberamente con i propri familiari od, a volte, con i propri amici con i quali non ha mai la possibilità di stare assieme fintantoché si trova in carcere.
La comunità ospitante ha la possibilità di incontrare il detenuto e cominciare ad interessarsi del problema carcere al quale, magari, non aveva mai posto attenzione.
Non è l’incontro sportivo il nucleo centrale dell’iniziativa bensì L’ACCOGLIENZA.
Chi non è disposto a questo, non viene preso in considerazione. E’ questa la ragione per la quale non vogliamo nemmeno sentir parlare di incontri con le varie “nazionali” siano esse di preti o di musicisti, dove il detenuto è presentato come una specie di attrazione da circo e poi lasciato solo con i propri compagni, dove in sostanza è solamente “messo in mostra”.
Ognuna delle nostre uscite è invece un’accoglienza nella quale per alcune ore non si mette in gioco solo l’ospite ma anche la comunità che ospita: è solo parlando con l’ospite ed i suoi familiari, mangiandoci a tavola assieme che viene la voglia anche di sapere (e di capire) dal detenuto come si sta LA’ DENTRO, cosa si aspetta fuori dalla gente, come pensa di essere giudicato, se è disposto a cambiare vita.
E da questi scambi può nascere un’amicizia, una corrispondenza, un’offerta di lavoro per il momento in cui la pena sarà finita, ma nasce soprattutto la consapevolezza del carcere ed ancora di più che il detenuto è UNA PERSONA con i suoi limiti, con i suoi errori, ma anche con i suoi diritti che non gli possono essere negati mai, per nessuna ragione.
I riscontri che abbiamo sono però positivi se a dieci anni dall’inizio, sperimentale, dell’iniziativa sono sempre di più le parrocchie e le associazioni che ci chiedono di POTER OSPITARE i detenuti.
Questa è la ragione che ci ha sempre dato la forza di continuare anche quando le cose non sono andate per il meglio, quando qualcuno ci ha sfruttato per propri fini personali ed anche quando qualcuno ci ha messo nei guai andandosene per i fatti propri.
Ciò che più conta è il fatto che non solo noi abbiamo continuato ma anche che la fiducia riposta nel progetto non è mai venuta meno, le richieste non si sono fermate di fronte a casi di insuccesso ma si è insistito perché il progetto continuasse.
Vogliamo infine ricordare come alcune comunità, che a questa iniziativa si sono affezionate, ne hanno fatto una tradizione annuale, come una festa od una ricorrenza che deve ripetersi ad ogni stagione: lo consideriamo un segnale inequivocabile che il seme gettato ha ormai attecchito.
Purtroppo, dopo il provvedimento di indulto dell’agosto 2006, questa iniziativa ha subito una drastica battuta di arresto per il semplice motivo che solo pochissimi (nessuno più spesso) detenuti possono ora fruire di detti permessi e che i magistrati di Sorveglianza sono sempre più restii a concederli.
E’ diventato un lavoro usurante, ma che non ci vedrà certamente demordere e abbandonare quelle che sono le nostre convinzioni e che abbiamo espresso nelle righe precedenti.
Tante altre cose si potrebbero scrivere, ma, fedeli al nostro motto, noi preferiamo FARLE, giorno dopo giorno, con l’aiuto di tutti coloro che credono nella possibilità di un cambiamento positivo anche partendo dalla più disastrata delle situazioni

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